La vera emergenza nascosta dalla crisi turca
La crisi turca è soltanto il segnale di movimenti più importanti in atto a livello globale, con gli Usa che cercano di portare a casa un doppio risultato. MAURO BOTTARELLI
Il mondo sta
cambiando. Radicalmente. E noi nemmeno ce ne stiamo accorgendo.
Inseguiamo notizie come cani di Pavlov, saltiamo da un'emergenza
all'altra quando sono i grandi media a indicarcele, nemmeno capendo che a
loro sono state indicate da chi ha tutto l'interesse a spostare
l'attenzione da altro. E, spesso e volentieri, presiede i loro consigli
di amministrazione. Guardate il caso turco: andava analizzato quando i
movimenti sulla lira erano chiaramente rivelatori di un qualcosa in fieri,
di un ricatto finanziario che stava prendendo forma. Scatenarsi in ogni
tipo di più o meno dotta analisi dopo, a valuta in crollo e con le
Borse a picco, non serve: quella è solo cronaca. E la cronaca è buona
per essere letta quando siamo dal barbiere e c'è da attendere il nostro
turno. Ma se si vuole capire cosa sta accadendo, se si vuole capire dove
stiamo andando, il ruolo della cronaca è quello di foderare il fondo
della gabbietta del canarino e raccoglierne i frutti. Perché è come
constatare di avere la febbre, invece che coprirsi quando usciamo di
casa in inverno ed evitare di prenderla.
D'altronde,
parla la realtà. La Turchia ha già smesso di essere un problema. Puff. E
non per la tragedia di Genova che ha rubato spazio e preoccupazione
(oltre che il solito alto grado di italico sciacallaggio politico, oltre
all'attitudine al tuttologismo dalla mitica opinione pubblica, del
mitico "popolo"), ma perché il 90% di chi parla di questi temi, o non li
conosce o li tratta ideologicamente orientato. Nessuno vi dice qual è
la reale radice del problema e, quindi, ha la necessità di trascinarvi
di emergenza in emergenza come si fa con i bambini piccoli che fanno i
capricci: gli si prende la mano e li si tira con paterna ma energica
risolutezza dove decidiamo di andare noi. E i media, signori, nel 90%
dei casi servono a questo, mica a informarvi.
La Turchia è
stata solo un sintomo di una malattia più grave. Una malattia che, però,
paradossalmente il sistema non vuole che venga sconfitta, guarita, ma,
anzi, che si cronicizzi, che divenga endemica: il debito. Sia esso
pubblico sotto forma di deficit, basti pensare su cosa si basa la
narrativa del grande boom economico statunitense, sia esso privato, vedi
le emissioni record di obbligazioni da parte di cani e porci per
finanziare buybacks e altre pratiche manipolatorie del mercato,
azionario in testa. C'è poi il debito di sopravvivenza, ovvero il fatto
che per far continuare a girare una ruota simile, il casinò globale ha
bisogno di inculcarvi la sua stessa mentalità: non esiste costo della
vita troppo alto, non esiste erosione del potere d'acquisto, non esiste
compressione salariale.
Esiste il
credito al consumo che risolve tutti i vostri guai: perché prendere
atto, contemporaneamente, non solo di guadagnare troppo poco per il
lavoro che si svolge e che l'iPhone ultimo modello non solo non ci
serve, ma costa davvero uno sproposito scandaloso? Eh no, così facendo
saltano le fondamenta stesse del sistema. Perché rovinarsi vita, fegato e
rapporti con moglie e figli, delusi dai continui no alle loro
richieste, quando si può tranquillamente avere tutto, indebitandosi,
pagandolo un po' alla volta e garantendo al sistema un triplice
guadagno? Primo, paghi gli interessi, spesso sotto forma Tan e Taeg
degni degli strozzini. Secondo, diventi schiavo a vita di rate mensili
che sono veri e propri riscatti temporanei della propria libertà di
scelta, pagati ogni fine o inizio e mese e che ci garantiscono serenità
presunta fino alla prossima rata. Terzo, eviti che la gente prenda
coscienza del mondo in cui vive, delle condizioni in cui versa. E non
per ideologiche rivendicazioni tardo-ottocentesche, ma per l'unica
scelta consapevole di ribellione che esiste: colpirli nel portafoglio.
Ovvero, smetterla di cambiare smartphone ogni sei mesi, tv e automobile
ogni anno e mezzo, scarpe ogni due settimane. Volete capire la radice
dei guai che abbiamo ancora di fronte, nonostante tutti tirino il fiato
per lo scampato pericolo turco? Guardate questi quattro grafici, dentro
c'è tutto.




I primi due, a
mio avviso, sono addirittura sconvolgenti. Ci mostrano come, nel primo
caso anche facendo riferimento alla ricerca del termine "liquidità in
dollari" sui motori on-line, otteniamo una correlazione perfetta di
andamento tra il dollaro e il Vix, ovvero il cosiddetto "indice della
paura" del mercato borsistico, storicamente ormai ai minimi storici da
trimestri interi. E il perché è presto detto: finché c'è la certezza che
le Banche centrali saranno il backstop più o meno invisibile
del mercato, perché mai dovrebbe esserci volatilità? Ma il mercato, per
quanto lo si possa fare fesso con i vari Qe, è testardo. E che tu stia
distruggendo tutto e lastricando le strade per l'inferno finanziario te
lo fa sapere ugualmente, a modo suo: così, mostrandoti che se anche
comprimi artificialmente, fino quasi a farlo sparire, il concetto di
volatilità (quindi, di rischio), lui te lo mostra in altro modo. Ovvero,
evidenziando la scarsità di liquidità in dollari presente nel sistema.
Di fatto, un proxy.
E, visto che
voi non siete stupidi, avete già capito il senso: cosa ha fatto andare
fuori giri, in una settimana, una lira turca che era sotto pressione da
almeno due anni e un'economia che certo fino a sei mesi fa non poteva
fare concorrenza a quella tedesca? I suoi enormi debiti esteri
denominati in dollari, i quali erano tali anche sei mesi fa, ma non
avevano due criticità sul groppone con cui fare i conti. Primo,
l'aumento del costo del denaro e drenaggio di dollari dal sistema
connesso al processo di normalizzazione posto in essere dalla Fed, la
quale non solo ha alzato i tassi, ma anche cominciato la "dieta" del suo
stato patrimoniale, drenando dollari attraverso le sue vendite di
assets, obbligazioni in testa. Secondo, l'indebolimento ulteriore (in
questo caso sì, tutto figlio dell'attacco speculativo) della lira turca
sul dollaro, dinamica che rende il costo del servizio di quei debito in
biglietti verdi molto più alto. E, quindi, meno sostenibile. Et voilà,
il gioco è fatto, l'emergenza turca (che non è tale, essendo uno stato
cronico di quell'economia) è servita per i gonzi davanti ai teleschermi o
sfoglianti i quotidiani, in attesa che da gonzi ci si trasformi in
parco buoi a cui scaricare le azioni che gli stessi media vi stanno
vendendo come destinate a continui rialzi e che invece la cosiddetta smart money vuole togliersi dai bilanci, finché valgono ancora qualcosa.
Lo chiamano
mercato, qualche idiota ha anche il coraggio di scomodare formule
populiste come "liberismo selvaggio" o "turbocapitalismo", ma qui di
libero e di mercato non c'è nulla: è l'apoteosi del debito e della
pianificazione finanziaria delle Banche centrali, siamo all'Unione
Sovietica degli indici e degli spread. Ce lo mostra bene il terzo
grafico, quello che ci illustra plasticamente il livello di dipendenza
del mondo dal dollaro e il grado di "sete" di biglietti verdi a cui
siamo giunti: e come si risponde alla sete? Bevendo. Ma qui non basta un
bicchiere, né una bottiglia. Serve un'intera cascata per bere alla
fonte. Serve nuovo Qe, quello che vi dico da trimestri e trimestri,
almeno dall'elezione di Donald Trump, non a caso finito alla Casa Bianca
con una missione chiara: squassare talmente tanto gli equilibri da
garantire il ritorno, più o meno controllato, della recessione globale e
garantire via libera alle Banche centrali. Il tutto, coperto dall'alibi
della sua gretta stupidità e della follia umana, tanto per sviare i
sospetti dai mandanti e dai soliti noti.
E funziona,
visto che la strategia ha dato vita e diffuso in mezzo mondo il
cosiddetto sovranismo, di cui Donald Trump è appunto il vertice
dell'iceberg, ovvero il travestimento delle élites in occasione del
carnevale della stupidità populista. A volte mi viene da pensare che le
oligarchie facciano bene a bastonare le opinioni pubbliche, perché come
dicevano i padri, ignorantia non excusat. Ed eccoci al quarto e
ultimo grafico, quello che ci mostra, in base a questa logica,
all'estremizzazione dell'ordine finanziario mondiale, il vero elefante
nella stanza del debito estero in dollari, delle catene della moderna
schiavitù globale: l'Asia. E, attenzione, quella cifra che vede, esclude
la Cina.
Non vi viene in
mente qualcosa? Ovvero che, in atto, ci sia la suicida e potenzialmente
mortale volontà delle élites finanziarie, Usa in testa, di prendere i
proverbiali due piccioni con una fava? Ovvero, far soldi a palate e
garantire al dollaro il rafforzamento del suo stato di moneta-ricatto,
più che moneta benchmark e, contemporaneamente, provare a
colpire il vero, grande nemico - ovvero Pechino -, destabilizzando
l'area di sua influenza diretta (il Giappone è sotto Qe pesante e Tokyo,
francamente, non sarebbe affatto disturbata da una crisi in piena
regola che le faccia aumentare ancora la follia monetarista, visto che
il giochino comincia a funzionare sempre meno) per costringerlo a un Qe
senza precedenti per evitare che il suo colossale schema Ponzi di Stato
trascini sé e il mondo nel baratro?
Attenti, perché
l'operazione di intorbidimento delle acque non potrà che peggiorare, da
adesso in poi. Cercate di non cascarci, perché siamo allo snodo
epocale. Ma epocale davvero.
16 agosto 2018
Mauro Bottarelli
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