Muoia Moscovici con tutti
gli euristi
Taglio alla spesa pubblica, aumento delle tasse e
privatizzazioni: la ricetta europea per facilitare l’ingresso in Italia delle
multinazionali.
Fisco,
bilancio, lotta alla corruzione e sostegno alle imprese: saranno queste
le priorità dell’agenda europea per il 2017, come spiegato dal
commissario europeo Pierre Moscovici,
intervenuto mercoledì pomeriggio a Palazzo Madama in videoconferenza.
Letti così, questi “obiettivi” non suonano poi troppo male, ma come
sempre con gli europeisti non fidarsi è d’obbligo. Dell’ importante
incontro, come ormai ovvio attendersi, non è stato dato praticamente alcun risalto mediatico sebbene
alcune dichiarazioni di Moscovici, e quindi di riflesso della
commissione europea, siano a dir poco incoerenti quando non
preoccupanti. Vediamole dunque nel dettaglio.
“L’Italia deve portare avanti le riforme”
Questa sarebbe dunque la strada suggerita dalla Ue per “far fronte alle debolezze economiche”.
Tuttavia fare le riforme, di per se, non vuol dire assolutamente nulla,
poiché significa semplicemente che si sta cambiando una legge o un
regolamento. Allo stesso tempo ovviamente fare “riforme” pubbliche
sostanziali si può, ma non quando non si è padroni del proprio debito né
sovrani della propria moneta. Non poter gestire uno strumento
fondamentale come la valuta non permette di fare politiche in materia fiscale e in tema di lavoro. Motivo per il quale ad esempio il jobs act, che è effettivamente una “riforma” in quanto ha modificato la normativa sul lavoro, non ha sortito alcun effetto positivo sull’occupazione, anzi. Quali comunque le richieste del commissario? La riforma pensionistica, la concorrenza e la lotta alla corruzione.
Si tratta di richieste affatto dissimili da quelle contenute nella
ormai celebre lettera che la Banca Centrale Europea inviò -segretamente-
al governo italiano nel 2011 (chi l’avesse dimenticata può facilmente
trovarla sul web). La missiva chiedeva di tagliare i salari e riformare il sistema pensionistico,
come poi effettivamente realizzato “grazie” alla riforma Fornero, che
ha ridotto le pensioni minime e innalzato l’età pensionabile; è dunque
lecito preoccuparsi chiedendosi cos’altro possano pretendere da
Bruxelles al riguardo.
Quanto alla concorrenza, nella stessa lettera veniva precisato che per “aiutare le imprese” è necessario perseguire la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali,
da applicarsi “attraverso privatizzazioni su larga scala”. Anche questo
detto fatto. Solo nel governo Renzi, per fare alcuni esempi, è stata in
parte venduta -quindi privatizzata- ai cinesi Cdp Reti, una società di Cassa depositi e prestiti che possiede grandi quote di Snam e Terna,
due importanti società che gestiscono a livello nazionale i settori
energetici del gas e dell’elettricità. La stessa Cassa depositi e
prestiti, un ente statale dal 1850 (se si vuole il “borsello” dello
Stato), dal 2003 è diventata una società per azioni, quindi se prima gli
investimenti avevano come fine il benessere pubblico,
ad oggi devono produrre utili da dividere tra gli azionisti: il 70%
delle quote è in mano allo Stato, mentre il 30% in mano a istituti
bancari (privati, ca va sans dire).
Tra le altre “cannibalizzate” statali anche Poste Italiane, ma l’elenco
potrebbe continuare a lungo, e addirittura all’infinito se si
cominciassero ad elencare le aziende italiane grandi e piccole finite in
mano straniera. Per farla breve, quando l’Europa chiede di agire per la
“maggiore concorrenza”, ci sta chiedendo di svendere i nostri gioielli,
col solo vantaggio di pochi, grandi privati stranieri, come le
multinazionali o le banche. Sulla corruzione invece veramente poco da
dire: c’è sempre stata sin dalla notte dei tempi, e se è certamente una
cosa sbagliata (non a caso è un reato già perseguito per legge), è
sciocco pensare che il suo completo abbattimento sia la soluzione ai
nostri mali; così pure, è ingenuo ritenere che solo gli italiani siano
particolarmente fraudolenti, mentre gli Stati come la Germania siano
“virtuosi” perfettamente probi e onesti. Qualche esempio? Basti pensare ai “taroccamenti” della Volkswagen, o ancora agli scandali della Deutsche Bank .
“L’Italia deve avere una politica di bilancio responsabile”
Per quanto riguarda il nostro bilancio la regola del debito “non deve considerarsi rispettata”. Ma la regola quale sarebbe? Quella del pareggio di bilancio (o fiscal compact),
un’insensatezza economica che ci chiede un indebitamento annuo massimo
dello 0,5%, per cercare inutilmente di raggiungere il quale sono
necessari continui tagli alla spesa pubblica, aumento della pressione
fiscale ed altre manovre ben poco piacevoli. Anche in questo caso
Moscovici, che al momento non prevede una procedura d’infrazione per
deficit eccessivo, ha chiesto “soltanto un aggiustamento ragionevole”,
ovvero le famose “misure correttive dello 0,2% del Pil”, pari a circa
3,4 miliardi. Come verranno pagati? Con tagli alla spesa pubblica per circa 800 milioni,
e per la restante parte con un aumento delle accise, altrimenti dette
tasse. E’ ormai stato appurato da numerosi economisti che per ogni euro
investito si produce reddito per circa il doppio: detto numericamente se
uno Stato investe 1 miliardo ne produce 2 di reddito. Purtroppo il discorso vale anche al contrario,
quindi un taglio di 800 milioni equivale a una diminuzione della
ricchezza di circa 1,5 miliardi. E’ allora curioso che il commissario ci
chieda al contempo di crescere e sostenere l’occupazione, visto che,
come ha fatto notare Stefano Fassina:
“Il problema non sono i ritardi sulle riforme strutturali, né lo 0,2% del Pil, ma gli obiettivi di finanza pubblica compatibili col fiscal compact per il 2018, che imporrebbero una correzione di circa l’1,5 punti di Pil da fare in autunno; tale correzione, se effettuata, determinerebbe un forte effetto recessivo col conseguente aumento del rapporto debito/Pil”.
D’altra
parte sempre nella giornata di ieri il presidente della Commissione
europea Jean Claude Juncker durante la plenaria del parlamento europeo è
stato chiaro: “L’Ue non può ridurre il tasso di disoccupazione”.
All’interno dell’area Euro cresce solo la Germania. Siamo il fanalino di coda dell’Europa. Per l’Italia l’Euro non va bene
“Dobbiamo creare le condizioni per la ripresa degli investimenti”
Ancora una volta bisogna fare riferimento alla lettera del 2011,
con la quale la Bce riteneva “necessaria un’azione pressante da parte
delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori”,
ossia ancora una volta istituti bancari e grandi società multinazionali.
Moscovici tuttavia parla di sostegno alla crescita delle imprese,
“soprattutto attraverso la fiscalità”. A questo proposito, specifica il
rappresentante europeo, servirebbe una politica coordinata Ue sebbene
il fisco “sia di competenza degli Stati nazionali”; il commissario mente spudoratamente sapendo di mentire, considerato che i rigidi vincoli di bilancio europei, come ad esempio quelli previsti dal Fiscal Compact,
non lasciano alle nazioni alcun potere decisionale in termini di
politiche economiche e fiscali, tanto che ogni nostro bilancio per
essere approvato deve necessariamente passare prima per il consenso di
Bruxelles. “Però abbassare le tasse non è una brutta cosa” penserà
qualcuno, un ragionamento apparentemente corretto ma purtroppo fallace.
Prima di tutto, sebbene normalmente abbassare le tasse dia respiro alle
aziende, nel momento in cui non si ha una propria moneta, come nel
nostro caso con l’euro, la cosa sarebbe perfettamente inutile. Lo ha spiegato bene l’economista Claudio Borghi:
“Con il taglio del cuneo fiscale non si otterrà nulla di sostanziale: per ottenere un taglio sostanziale a favore della competitività occorrerebbe azzerarlo, ed è impossibile perché sparirebbero gettito fiscale e contributi in un sistema dove la mancanza di denaro nelle casse dello Stato non può essere finanziata stampando denaro. Chi ha sovranità monetaria può permettersi politiche di stimolo dell’economia con forti tassazioni, nel nostro caso tali politiche ci sono precluse”.
Secondo
poi, Moscovici ha una visione tutta sua del taglio fiscale; l’idea è
quella di “creare un’area Iva unica” tanto da ridurre addirittura “i
costi del 95%”. A vantaggio di chi? Ci si chiederà, “per aiutare a
migliorare l’ambiente fiscale delle multinazionali, e far si che paghino
le imposte eque”. Chiaro il concetto? A quanto visto finora noi
dobbiamo inasprire le nostre regole di bilancio, quindi tagliare la
spesa pubblica e aumentare le tasse, oltre a liberalizzare e
privatizzare i servizi pubblici, esclusivamente per permettere, come già da tempo sta accadendo, di far accedere ancor più facilmente le multinazionali al nostro territorio,
mentre le piccole e medie imprese italiane sono costrette a tagliare i
salari dei lavoratori, o a chiudere. D’altra parte Moscovici non poteva
essere più chiaro “sono ancora troppi gli ostacoli che dissuadono le
nostre imprese a varcare le frontiere nazionali”. Oh, ma non deve poi preoccuparsi più di tanto, lui, giacché è arrivato il Ceta.
di GUIDO ROSSI
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