L’Epa accusa Fiat-Chrysler di irregolarità nei
software per il controllo delle emissioni, mentre in Francia un caso simile si
prospetta per Renault. Nuovo annunciato capitolo della saga: "La
genuflessione totale del potere pubblico dinanzi i crimini commessi in nome del
profitto".
di Fabio Fiorucci - 16 gennaio 2017
Lo scandalo sulle emissioni truccate che
nei giorni scorsi ha riguardato FCA, seguito a poche ore di
distanza dalle indagini su Renault da parte della Procura di Parigi, sembra
inaugurare un nuovo preannunciato capitolo della saga Dieselgate.
La fu Fabbrica Italiana Automobili di Torino, subito
dopo aver incassato la fiducia di Donald Trump, si è vista notificare
dall’agenzia americana per la protezione dell’ambiente (Epa) una possibile
violazione del Clean Air Act. L’accusa è di aver installato software sui
veicoli, simili a quelli usati da Volkswagen, in grado di alterare il
funzionamento dei dispositivi di controllo delle emissioni. L’affaire
Volkswagen, scoppiato nel 2015, fece emergere un gigantesco
meccanismo di truffa sapientemente organizzato a livello aziendale.
Non un caso isolato, un manager truffaldino come se ne vedono tanti o una banda
di faccendieri senza scrupoli, bensì una vera e propria strategia aziendale
fondata interamente sulla frode.
I mercati non perdonano e il titolo FCA ha subito un
netto crollo non è appena si è diffusa la notizia che la multinazionale guidata
da Sergio Marchionne potrebbe essere coinvolta nel secondo capitolo della saga
Dieselgate (Fonte: Il Sole 24 Ore).
Già da allora, le voci che seguirono la notizia indicarono
il caso Volkswagen come la punta di un iceberggigantesco che
avrebbe potuto riguardare, in modo generalizzato, l’intera industria automobilistica.
Molte associazioni ambientaliste denunciarono subito la distanza fra i
risultati dei test ufficiali e quelli delle prove su strada, realizzati da
organizzazioni indipendenti. Le accuse ora rivolta a FCA da parte dell’Epa, e
l’inchiesta aperta su Renault dalla Procura francese, sembrano
confermare tutti i timori iniziali. Le indagini su Fiat-Chrysler sono ancora in
una fase iniziale, e l’aggressiva difesa di Marchionne nega con fermezza ogni
imputazione, accusando chi paragona il caso FCA a quello Volkswagen di «aver
fatto uso di sostanze proibite» (parole testuali) e paventando, addirittura,
l’ipotesi di una vendetta dell’ex-amico Obama per boicottare i
nuovi patti siglati con Donald Trump. Allo scoppio del caso Volkswagen, nel
circolo dei retroscenisti si sospettò la volontà degli Stati Uniti di colpire,
attraverso l’Epa, l’economia tedesca e quindi quella europea, ma il
ragionamento non può più reggere ora che nel mirino c’è una parte importante
dell’industria statunitense. Resta sul piatto l’ipotesi caldeggiata da
Marchionne di uno sgambetto del presidente uscente, ma nessun retroscena
politico può riuscire a negare l’evidenza e la gravità di una frode di
portata simile (qualora, ovviamente, dovesse essere dimostrata).
John Elkann e Sergio Marchionne, rispettivamente
presidente e amministratore delegato di FCA. Marchionne dovrebbe lasciare la
guida di Fiat-Chrysler nel 2018.
La verità è che l’atteggiamento del potere pubblico nei
confronti dei colossi economici è sempre più subordinato e sottomesso, in
Europa ancor più che negli Stati Uniti (patria del liberismo sfrenato ma con
una lunga tradizione nella regolazione economica, quella poca che si
permettono). Dopo il primo capitolo del caso Dieselgate, l’Unione
Europea si è prostrata completamente, ed in modo vergognoso, ai piedi di
Volkswagen e, forse prevedendo i possibili sviluppi attuali, delle altre case
automobilistiche. Mentre gli Stati Uniti hanno preteso un risarcimento di oltre
15 miliardi dalla casa tedesca, oltre al ritiro dei veicoli incriminati, il
Parlamento Europeo, fra l’approvazione di un documento che declama linee guida
per la sostenibilità e uno che elogia i buoni frutti della green economy, si è
affrettato a raddoppiare i limiti massimi di emissione previsti dalla normativa
precedente. Un intervento di salvataggio senza pudore votato
sulla pelle, e sui polmoni, di milioni di europei.
E’ ancora troppo presto per prevedere gli effetti delle
indagini su FCA e Renault, ma è certo che gli equilibri politici e geopolitici
giocheranno un ruolo fondamentale. Mentre per l’Epa, nel caso Volkswagen, si
trattava di colpire un’industria europea, gli effetti di un eventuale crollo di
FCA potrebbero riverberarsi in modo rilevante anche sull’economia a stelle e
strisce, soprattutto alla luce della nuova politica industriale annunciata da
Trump che vede in Marchionne un alleato strategico. La nomina a presidente
dell’Epa di Scott Pruitt, noto per le sue battaglie contro
l’eccesso di regolamentazione imposto dall’agenzia, ed in generale la
posizione negazionista del tycoon sui problemi ambientali, fanno pensare
che anche l’atteggiamento degli Usa stavolta sarà più morbido.
«La
EPA (l’agenzia per la protezione dell’ambiente, ndr) è così restrittiva
che sta facendo fallire le nostre aziende operanti nel settore
energetico» ha dichiarato Trump in un intervento sulla politica
ambientale.
«La EPA (l’agenzia per la protezione dell’ambiente, ndr)
è così restrittiva che sta facendo fallire le nostre aziende operanti nel
settore energetico» ha dichiarato Trump in un intervento sulla politica
ambientale.
E’ facilmente prevedibile che, in ogni caso, le
uniche vittime certe dello strapotere economico di questi pochi
soggetti saranno i cittadini, americani ed europei. La logica
imperante del too big to fail consente ai colossi
multinazionali di vedersi emendati anche i crimini più nefasti commessi contro
la collettività, come hanno dimostrato i salvataggi del settore finanziario
americano seguiti alla crisi del 2008 e, in scala ridotta,la
recente vicenda italiana di Monte dei Paschi. Dopo la crisi dei subprime, i
meccanismi marci della finanza globale che avevano generato il crollo
dell’economia mondiale sono stati rimessi in piedi a spese dello Stato, e hanno
ricominciato subito il loro perverso gioco in attesa di un collasso nuovo.
Quasi nulla è cambiato nella regolamentazione del settore, quasi nessuno
ha pagato per i crimini commessi.
Anche l’industria automobilistica, specie negli Stati Uniti,
ha usufruito di ingenti aiuti pubblici per evitare il tracollo post-crisi. Le
sanatorie accordate per le frodi sulle emissioni potrebbero avere un effetto
simile a quel che è avvenuto nel settore finanziario: una licenza di
uccidere concessa alle multinazionali in virtù del potere assoluto che
esercitano sulla società e lo Stato. Nel caso Dieselgate, la parola “uccidere”
va interpretata letteralmente, fuor di metafora e senza nessun intento
iperbolico.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che
ogni anno, nel mondo, 6 milioni di persone muoiono per
malattie connesse all’inquinamento atmosferico
Un bilancio da guerra mondiale, che non può più
essere liquidato contrapponendo in modo ipocrita – e falso – la prosperità
materiale alla tutela dell’ambiente. Finché l’arroganza del potere economico
potrà spingersi a valicare ogni limite senza suscitare reazioni forti in quel
che resta della coscienza pubblica, ogni speranza di cambiamento sarà repressa
miseramente nell’inerzia dell’agire politico. Fermatevi un attimo a pensarci,
la prossima volta che vi mettete alla guida.
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