Via dall’euro e addio Troika, se solo avessimo un leader
«Come
si sa, questo è un paese in cui le cose serie si decidono a ferragosto.
Poi, al rientro, gli italiani trovano il piatto cotto in tavola». Fatti
da parte, suggerisce Scalfari a Renzi, confermando l’allarme di De
Bortoli sull’imminente arrivo della Troika, caldeggiato da Draghi. «E’
stato come se il travolgente successo alle europee, non solo non
consacrasse la leadership di Renzi, ma quasi la indebolisse: arginato il
M5S, Renzi non serve più», secondo Aldo Giannuli. «E il preannuncio del
licenziamento è arrivato con la bacchettata di Draghi, che ha detto
papale papale: “Caro Renzi, non mi incanti con la riforma del Senato,
sono altre le riforme che devi fare” e, il sottinteso, neanche tanto
dissimulato, era “altrimenti togliti di mezzo”». Renzi prima si è messo
sull’attenti, poi ha tentato di dire che sulle riforme deciderà lui.
«Povero illuso, non si rende conto di avere pochissime frecce al suo
arco e di avere troppi avversari: gli americani lo detestano per le sue
aperture a Putin, la Merkel non lo digerisce, la Buba gli darebbe fuoco,
la finanza
che sogna di avventarsi sul peculio berlusconiano non gli perdona il
tentativo di salvare il Cavaliere, adesso ci si mette anche Draghi».
Renzi «pensava di affascinare l’Europa
con la sua riforma del Senato», ma «non se l’è bevuta nessuno», scrive
Giannuli nel suo blog. All’Ue, invece, «interessa la precarizzazione
totale del lavoro in Italia, arraffare quel po’ che ancora ha un valore
(Eni, Cdp, Telecom, forse qualche pezzetto di Finmeccanica) e che gli
italiani si spremano sino all’ultima goccia di sangue, diano fondo ai
risparmi e si vendano casa per pagare gli interessi sul debito pubblico
e, se possibile, ne restituiscano una parte attraverso il Fiscal
Compact». Tutto il resto sono solo chiacchiere. Problema: con l’economia
in recessione, il debito esplode. E presto metterà fine alla bonaccia
dello spread. Sul “Sole 24 Ore”, l’economista neoliberale Luigi Zingales
scrive che «non saremo mai in grado di soddisfare il Fiscal Compact», e
inoltre «la situazione del nostro debito pubblico
è insostenibile, a meno di una significativa ripresa dell’inflazione»,
che è sempre stata il maggior alleato dei paesi debitori. «Ma questo –
puntualizza Giannuli – presuppone la sovranità monetaria del debitore,
cosa che l’euro ci ha tolto».
Il
problema, continua l’analista, è che, mentre gli italiani hanno
capitalizzato i loro risparmi in beni reali (essenzialmente immobili), i
tedeschi li hanno impiegati per l’acquisto di titoli finanziari,
prevalentemente in euro. Per cui, un’inflazione al 3% sarebbe una grande
boccata di ossigeno per i paesi indebitati come Italia, Grecia, Spagna,
Portogallo, ma «alle orecchie dei tedeschi suonerebbe come una tassa
patrimoniale di pari importo sui titoli». E siccome la moneta comune
«non è mai la “moneta di tutti”, ma sempre e solo del più forte», questo
non si può fare: «Per i tedeschi la soluzione sta nella spoliazione dei
paesi debitori, del loro patrimonio pubblico (aziende, immobili,
riserva aurea, Cdp) e di quello privato (risparmi, proprietà immobiliari
e, fosse per loro, anche vendita dei figli al mercato degli schiavi)».
Per liquidare l’Italia, occorre «azionare con la massima decisione la
leva fiscale (ovviamente al rialzo) e svendere subito il patrimonio
pubblico», due cose che Monti aveva iniziato a fare «con grande sollievo
della platea “europea”». Ovviamente, «dopo una “cura” del genere un
paese entra in una fase di estrema decadenza economica per interi
decenni», ma questo non interessa all’“Europa”. «Per i tedeschi, i partner europei sono solo sgabelli su cui arrampicarsi per reggere la sfida della globalizzazione».
Certo,
Renzi «non sta dando le risposte attese», limitandosi «a giocare al
“piccolo leader”, cosa sommamente irritante». Per la verità, l’“Europa”
non ha soluzioni politiche di ricambio, spiega Giannuli: «La destra
berlusconiana l’ha già cacciata una volta ed è decotta, il centro non
esiste e nel Pd non c’è nessuno che possa dare il cambio al fiorentino».
E allora che si fa? Semplice: «Si commissaria l’Italia. Si fa governare
il paese dalla Troika». A costringere l’Italia a invocarne “l’aiuto”,
basterà «un nuovo “assedio dello spread”»: quando il differenziale sul
rendimento dei titoli di Stato risalirà oltre i 500-600 punti, «gli
italiani, soprattutto grazie al loro ineffabile Capo dello Stato,
faranno quello che devono fare e si troverà il Monti di turno che faccia
il lacchè della Troika». Niente di difficile, peraltro: «A preparare il
terreno ci sta già pensando Scalfari». Un segnale chiaro, riguardo al
pensiero dei poteri forti europei e dei loro esponenti italiani. E
Renzi? «Il “bersagliere del nulla” ha solo due scelte davanti: o fa
quello che la Bce gli dice, alla lettera e senza capricci, oppure fa
saltare il tavolo». Il ricatto del debitore: se io vado in default, mi
trascino dietro tutti, comprese le banche
tedesche, così salta anche l’euro. Oppure: ristrutturiamo il debito
senza ricatti e rivediamo tutti gli accordi, inziando a negoziare
l’uscita dall’infame moneta unica.
«La
forza negoziale dell’Italia sta proprio nel fatto che è un grande
debitore, con i suoi oltre 2.000 miliardi di debito», continua Giannuli.
«La Ue e l’euro potrebbero resistere agevolmente a un default greco,
pari a 300 miliardi, e forse potrebbero incassare anche un tracollo
portoghese, ma un colpo da 2.000 miliardi è decisamente troppo». Si sa:
un piccolo debito è un problema del debitore, ma un grande debito è un
problema del creditore. Forse, a quel punto, «potrebbero accodarsi
spagnoli, greci e portoghesi», insieme ai variegati movimenti
“euroscettici”. «Dunque, la via sarebbe quella di sedersi tutti al
tavolo e assumere il problema del debito come problema comune a debitori
e creditori. Questo non è un tempo normale: la grande crisi
chiede scelte radicali. Nel nostro caso, o servi della Troika o ribelli
decisi a far saltare il tavolo, tertium non datur». Questo, però,
«richiederebbe una intelligenza, una preparazione, un coraggio politico
di cui non sospettiamo lontanamente Renzi». La sua «patetica impennata
in difesa della sovranità nazionale» resta del tutto irrilevante. Il
Fiorentino «sarà travolto prima di aver finito di parlare, ma quello che
verrà dopo sarà anche peggiore: prepariamoci».

«E il preannuncio del licenziamento è arrivato con la bacchettata di Draghi, che ha detto papale papale: “Caro Renzi, non mi incanti con la riforma del Senato, sono altre le riforme che devi fare” e, il sottinteso, neanche tanto dissimulato, era “altrimenti togliti di mezzo”». Renzi prima si è messo sull’attenti, poi ha tentato di dire che sulle riforme deciderà lui. «Povero illuso, non si rende conto di avere pochissime frecce al suo arco e di avere troppi avversari: gli americani lo detestano per le sue aperture a Putin, la Merkel non lo digerisce, la Buba gli darebbe fuoco, la finanza che sogna di avventarsi sul peculio berlusconiano non gli perdona il tentativo di salvare il Cavaliere, adesso ci si mette anche Draghi».
Renzi «pensava di affascinare l’Europa con la sua riforma del Senato», ma «non se l’è bevuta nessuno», scrive Giannuli nel suo blog. All’Ue, invece, «interessa la precarizzazione totale del lavoro in Italia, arraffare quel po’ che ancora ha un valore (Eni, Cdp, Telecom, forse qualche pezzetto di Finmeccanica) e che gli italiani si spremano sino all’ultima goccia di sangue, diano fondo ai risparmi e si vendano casa per pagare gli interessi sul debito pubblico e, se possibile, ne restituiscano una parte attraverso il Fiscal Compact». Tutto il resto sono solo chiacchiere. Problema: con l’economia in recessione, il debito esplode. E presto metterà fine alla bonaccia dello spread. Sul “Sole 24 Ore”, l’economista neoliberale Luigi Zingales scrive che «non saremo mai in grado di soddisfare il Fiscal Compact», e inoltre «la situazione del nostro debito pubblico è insostenibile, a meno di una significativa ripresa dell’inflazione», che è sempre stata il maggior alleato dei paesi debitori. «Ma questo – puntualizza Giannuli – presuppone la sovranità monetaria del debitore, cosa che l’euro ci ha tolto».


«La forza negoziale dell’Italia sta proprio nel fatto che è un grande debitore, con i suoi oltre 2.000 miliardi di debito», continua Giannuli. «La Ue e l’euro potrebbero resistere agevolmente a un default greco, pari a 300 miliardi, e forse potrebbero incassare anche un tracollo portoghese, ma un colpo da 2.000 miliardi è decisamente troppo». Si sa: un piccolo debito è un problema del debitore, ma un grande debito è un problema del creditore. Forse, a quel punto, «potrebbero accodarsi spagnoli, greci e portoghesi», insieme ai variegati movimenti “euroscettici”. «Dunque, la via sarebbe quella di sedersi tutti al tavolo e assumere il problema del debito come problema comune a debitori e creditori. Questo non è un tempo normale: la grande crisi chiede scelte radicali. Nel nostro caso, o servi della Troika o ribelli decisi a far saltare il tavolo, tertium non datur». Questo, però, «richiederebbe una intelligenza, una preparazione, un coraggio politico di cui non sospettiamo lontanamente Renzi». La sua «patetica impennata in difesa della sovranità nazionale» resta del tutto irrilevante. Il Fiorentino «sarà travolto prima di aver finito di parlare, ma quello che verrà dopo sarà anche peggiore: prepariamoci».
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